Un bel Burqa sul tema “immigrazione” in Europa

In questi giorni non si può fare a meno, di seguire il dibattito sulla questione burqa, velo, niqab, foulard , e chi più ne ha più ne metta, e la libertà delle donne musulmane in Europa di poter indossare i sopracitati “veli”, nei luoghi pubblici.
Elenco e nomino alcune delle varietà dei veli, perché è soprattutto l’uso improprio di questi, in articoli e servizi giornalistici ad essere la peggior disinformazione(in buona fede o meno) he si possa fare nel trattare certi argomenti. Perché tra il foulard che è un semplice velo, il niqab e il burqa c’è una bella differenza.
E per iniziare , c’è un volto scoperto. Ed è il caso del “velo”, quel semplice foulard che serve a coprire solo i capelli. Usanza non del tutto nuova, dato che a tutt’oggi viene ancora usato da alcune donne anziane nel sud Italia, nonché sia il simbolo distintivo religioso, delle stesse suore, se vogliamo guardare al nostro orticello.
Il burqa invece, copre integralmente corpo e volto. Solo una retina traforata che copre anche gli occhi, permette un accesso al mondo esterno, attraverso lo sguardo. Mentre nel caso del niqab, anch’esso copre tutto il corpo, ma a differenza del burqa afgano ( perché il burqa è afgano), lascia scoperti di più gli occhi. Non c’è nessuna retina, e lo sguardo almeno , è libero.
Si può procedere, solo fatta questa premessa, non scontata , visto che sono soprattutto queste, le differenze su cui si può capire l’entità del problema e che sulle quali invece si continua a fare confusione, parlando di leggi che vieterebbero il burqa ma usando la parola velo, cosicché il povero lettore non sa se è invaso da burqa o da veli, con la conseguenza di creare allarmismi e paure.
Scopriamo che tra veli e non veli in realtà è uno solo, il simbolo che l’Europa sta cercando di bandire dai confini. il burqa. Quell’indumento che io stessa dichiarai in un intervista come “il più drammatico costume di sottomissione e annullamento della donna. Per me, una donna col burqa è una donna che non esiste. Se è Dio che l’ha creata, è assurdo che voglia annullarla. Non vederne il volto è come annullarne l’esistenza.”
Ma il burqa così come il niqab, su cui si dibatte molto, in realtà invade ormai da anni il nostro immaginario, non perché lo abbiamo incontrato personalmente. Indossato dalla nostra vicina di casa piuttosto che da una sconosciuta (io stessa non ho mai incontrato né in Italia e né all’estero un donna che porti il burqa, mentre il niqab, 4 donne che lo indossassero le ho incontrate), ma perché è l’immagine simbolo, che i media “orientalizzanti”, più volentieri scelgono, come da sfondo ad un reportage sui temi riguardanti l’Islam piuttosto che la foto in prima pagina sui giornali, da riporto, sempre all’articolo in tema ‘Islam”.
Il perché? mediaticamente è forte, fa scena, incuriosisce e soprattutto ricostruisce ancora una volta l’immagine prefabbricata nella mente del telespettatore occidentale: del musulmano patriarca, nel deserto con una tenda e dei cammelli intorno. Non a caso, il simbolo dei manifesti per il referendum contro i minareti in Svizzera, è più la figura della donna con il niqab nero che i minareti ad essere messa in rilievo. la figura di quella donna interamente coperta fa parte di quelle immagini forti, che ci ricordano i talebani, la guerra, il terrorismo. È efficace, fa paura, e si è visto com’è andato il referendum. Una vittoria clamorosa.
Ora, il dibattito prima sul velo e in questi ultimi anni sul burqa non è nuovo, ma che diventi un emergenza, che abbia la precedenza nell’agenda politica europea sull’integrazione delle comunità straniere, con l’introduzione addirittura di una legge che lo vieti, sì. E preoccupa.
E senza alcuna ombra di dubbio che il burqa e il niqab siano simboli di sottomissione, ad un uomo o ad un Dio, che siano volontarie o meno, che possiamo condividere o non. Ma quante sono queste donne che portano il niqab e burqa? Di burqa con la retina in tutta Europa forse una decina? di quelle che portano invece il niqab in Italia forse una trentina? Non c’è già una legge chiara in materia, che chiarisce bene come il volto delle persone deve essere riconoscibile in luogo pubblico? Sì. E allora di cosa stiamo discutendo?
Del nulla. Ennesimo falso problema messo al tavolo, per non prendere coraggio ed affrontare i problemi veri dell’immigrazione in Europa che attendono ancora risposte.
Ecco perché credo che in realtà questo dibattito sul Burqa, non sia altro che un Burqa per coprire e non affrontare i veri problemi sull’immigrazione. E questo è il primo punto.
Vietare poi con una legge, alle donne che portano il Burqa di indossarlo e rendere la vita impossibile a quelle che portano il solo velo islamico, è facile. Ma è poco ambizioso, poco coraggioso e soprattutto illiberale.
A tutti noi piacerebbe svegliarci la mattina e andare tutti d’accordo. Avere tutti un unica verità in mano. Io stessa vieterei il Burqa il Niqab e veli vari alle donne, poiché oltre a conoscere la storia dell’uso del velo, una storia millenaria che inizia ancora prima della nascita delle religioni, conosco molto bene anche l’altra faccia del velo. Di donne che sono obbligate a metterlo, donne sottomesse fisicamente e psicologicamente. Che contro la loro volontà si trovano ad obbedire e accettare di valere meno di un uomo. Tuttavia conosco anche donne che lo mettono con volontà e fede. E il mio pensiero va ad una donna in particolare: Charleen Elder. Nata negli Stati Uniti da genitori musulmani. 40 anni , lei è la prima donna giudice musulmana, con il velo. Mi ha accolto con occhi grandi e verdi, un viso solare avvolto da un velo, la tunica lunga e nera da giudice. La intervistai a Detroit in un mio reportage negli Stati Uniti. Credevo che il velo lo portasse da sempre, ma mi disse che aveva iniziato solo da 2 anni a portarlo, pur se fossero diversi anni che ci pensava.
Dunque, ci sono non scelte, ma anche scelte.
E io sono per le scelte delle donne. Che partano dalle donne. Se noi vediamo l’aumento del velo in Europa e qualche Niqab, e pensiamo che bandirlo con il netto divieto sia la risoluzione, perché crediamo che sia un costume barbaro da lasciare alle spalle, perché non degno della nostra Europa, sbagliamo approccio e superiamo i tempi. E si sono visti i risultati in Francia. Un aumento vertiginoso del velo da parte anche delle seconde generazioni. Una scelta che risponde non solo alla fede religiosa, ma anche soprattutto all’ identificazione identitaria, che si radicalizza a causa di un senso di persecuzione, che il divieto ha maturato.
Il fattore tempo è importante, così come bisogna credere nell’intelligenza delle donne e dare loro, gli strumenti quali la cultura e il tempo per capire, interpretare e scegliere loro stesse cosa è giusto o meno per loro. Solo attraverso un’ investimento nella cultura e nella conoscenza possono essere libere e consapevoli delle loro scelte. cos’è religioso, culturale e identitario per loro. Cosa rappresentano velo, burqa o niqab. Qualcosa o semplicemente un niente di cui liberarsene. Lasciarle libere di guardarsi allo specchio. Questo è quello che si meritano forza e coraggio, non qualcuno che ancora una volta gli vieti, senza dare loro la possibilità di capire. Questo è come violentarle ancora una volta, come corpi come menti e come persone.

di Karima Moual (Il Sole 24-Ore, 23 aprile 2010)
http://karimamoual.blog.ilsole24ore.com/zmagria/2010/04/un-bel-burqa-sul-tema-immigrazione-in-europa.html

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