Una gitarella all’Agenzia delle Entrate

Mercoledì mattina, 9.30, ufficio di Fano dell’Agenzia delle Entrate.

L’obiettivo dell’Agenzia è quello

di perseguire il massimo livello di adempimento degli obblighi fiscale

ed orienta la propria attività verso questo fine

attraverso la semplificazione dei rapporti con i contribuenti, l’offerta di informazioni e assistenza, nonché i controlli diretti […] nel rispetto dei principi di legalità, imparzialità, trasparenza e secondo criteri di efficienza, economicità ed efficacia.

come si legge nel Book 2009 redatto dalla Direzione Centrale Servizi ai Contribuenti.

Quello che devo fare, stamani, è molto semplice: depositare una richiesta di sgravio per una cartella esattoriale relativa ai controlli automatizzati del mod. 770/2006. Certo: sarebbe bello poterla presentare anche on-line, visto che si tratta di una paginetta soltanto. Ma sarebbe anche bello vivere in un mondo giusto e pacifico, quindi mi rassegno a fare la mia fila.

Entrando nel piccolo edificio, graziose frecce colorate (attaccate ai paletti che individuano gli estintori) mi indicano il percorso da seguire. Raggiungo facilmente, così, un gabbiotto, presidiato da un solerte impiegato (sui 50, t-shirt blu scuro, jeans e scarpe da ginnastica, catenella per gli occhiali appesa al collo), seduto su una poltroncina sotto un cartello “Prima informazione e modulistica”.

Simone: “Devo depositare una richiesta di sgravio”

Solerte impiegato: “Qui dietro c’è la colonnina. Nella seconda pagina scelga Deposito documenti“.

Simone: “Grazie”

Solerte impiegato: “…” (dire Prego forse non è previsto dalle procedure d’ufficio)

Simone: “Buon lavoro”

Solerte impiegato: “…” (tace perplesso, dando l’impressione – giuro! – che la parola “lavoro” gli suoni strana…).

Arrivo davanti al totem che dispensa i numerini. Si tratta di uno dei modelli più evoluti che abbia mai visto, dotato di un monitor touch screen con una buona risoluzione. Ci sono tre “pagine” di bottoncini azzurri, uno per ogni servizio richiesto. In effetti, nella seconda, trovo il pulsante “Deposito documenti”, lo premo e ottengo il mio grazioso numerino: “AO/0007”. Sono le 9.38 e il mio tagliando mi avvisa che ci sono “4 utenti in coda”.

Proseguo lungo il corridoio e mi accomodo su una delle sedie d’attesa, in prossimità di un grande display che indica quale “utente” deve essere ricevuto. Scopro così che i numerini non sono solo numerini ma veri e propri codici alfanumerici: i primi due caratteri indicano, infatti, il tipo di servizio richiesto (ce n’è per tutti i gusti, chiaramente: su tre pagine…): “AO”, “AA”, “JA”, “KJ”, … e così via. Semplice e intuitivo.

Cazzeggio un po’ col telefono (non c’è segnale, ma qualche giochino si può pur fare) fino a quando una voce registrata annuncia, trionfante: “Ah-Oh-Sette sportello nove”. Sono le 10.05.

Scorro con lo sguardo il corridoio fino a trovare la porta identificata dal numero 9 e mi accomodo. In realtà, pur essendoci tante porte, mi accorgo che tutte danno accesso ad un unico ambiente, all’interno del quale sono stati ricavati tanti box. Arrivo al 9 e mi siedo.

L’impiegata (anche lei attorno ai 50, forse 45, capelli biondi, trucco vistoso, un po’ sovrappeso, occhiali) sta parlando al telefonino. Il monitor del suo computer è proprio davanti a lei, tanto da nasconderle persino il viso. L'”utente”, quindi, parlandole, può documentarsi sul modello del video fornito dall’Amministrazione Finanziaria, conoscendone – peraltro – anche il numero seriale e il numero d’inventario dell’ufficio. Con fatica, però, può vederla in faccia. Forse è una politica di prevenzione.

La signora non ha molta fretta di parlare con me. D’altro canto sta interloquendo con una sua amica – l’amica Isabella – e riesce da lei ad ottenere il numero di una terza persona la quale, però, non riceverà alcuna chiamata dall’impiegata, sì da lasciare il tempo all’amica Isabella di fare lei stessa l’importante telefonata. Mi domando per quale motivo qualcuno dovrebbe chiedere il numero di una persona se già sa che non lo/la chiamerà ma poi ritorno a seguire la sua conversazione.

Dopo aver rassicurato l’amica Isabella che, più tardi, l’avrebbe richiamata per sapere se c’erano novità, la saluta e inizia a guardare il monitor.

Così, cercando di attirare la sua attenzione, anche tentando di eludere la barriera naturale costituita dal monitor, la saluto:

Simone: “Buongiorno”

Impiegata: “Dicaa” (e lo dice con quell’intonazione tipica della Gisella Franchi, l’impiegata delle poste dei Soliti idioti)

Simone: “Dovrei depositare questa istanza di sgravio” (e lo dico, probabilmente, con lo stesso tono di voce di Sebastiano Credici, co-protagonista delle stesse gag).

L’impiegata prende la mia graziosa istanza, dà un’occhiata alla cartella cui si riferisce e poi mi ammonisce: “Guardi che ha sbagliato numero. Doveva prendere quello per Informazioni e assistenza giuridica“.

Al che le dico che avevo preso il numero che l’uscere mi aveva detto di prendere e che se il numero era sbagliato (e dunque se avevo perso venti minuti) non era per mia ignoranza.

La risposta dell’impiegata è semplicemente da incorniciare: “Eh, ma lui poverino mica può stare dietro a tutti!”. Giuro che ha detto “poverino”.

Simone: “Signora, io non mi aspetto che mi faccia un caffè mentre attendo il mio turno o che mi intrattenga cantando stornelli popolari. Ma che dia le informazioni giuste agli utenti mi pare il minimo che gli si possa chiedere, visto che sopra la testa ha scritto Prima informazione“.

Le chiedo, quindi, di parlare col “capo sala”, figura che ho conosciuto un paio d’anni fa, quando ho peregrinato per gli uffici dell’Inps di mezza Italia per quasi un mese. Al che l’impiegata – forse anche perché desiderosa di chiudere presto la mia faccenda, se non altro per poter sentire se l’amica Isabella aveva nel frattempo novità da raccontare – si presta alla mediazione. O almeno ci prova.

Impiegata: “Eh, aspetti… Gerry, senti un po’…”, grida ad un collega che si trova nella stanza di fronte alla sua, dall’altra parte del corridoio.

Gerry, in realtà, si chiama “Gerardo”, come testimonia il cartellino col nome che porta appeso al collo, attraverso un portabadge personalizzato dell’Agenzia. E’ sui 30, capelli lunghi e castani. Indossa una polo, dei jeans e un paio di infradito, anche lui porta gli occhiali. L’accento ne tradisce l’origine lucana.

Impiegata: “Senti, Gerry, il signore ha sbagliato a prendere il numero…”

Simone: “Non ho sbagliato a prendere il numero: mi è stato detto di prendere un numero, io l’ho preso e ora è venuto fuori che quel numero non era quello giusto”, preciso, avvertendo io stesso – per certi versi persino compiaciuto – l’acidità del mio intervento.

Impiegata: “Sì, Giovanni gli ha detto di prendere un Deposito documenti invece qui è un controllo sul 770 quindi è roba vostra. Non è che riesci a infilarlo tra una persona e l’altra?”

L’idea di essere infilato tra due persone non m’alletta, ma diligentemente taccio. Anche perché Gerry pare assai poco possibilista: “Non lo so… C’è un sacco di gente… Adesso c’è l’ultimo appuntamento poi ci sono tutti quelli col numero. Comunque adesso lei prenda il numero giusto e aspetti nel corridoio che parlo col collega e vedo cosa possiamo fare”.

Ringrazio Gerry e mi sforzo di ringraziare anche l’impiegata perché sono comunque una persona a modo. Prendo il mio numero e attendo nel corridoio.

Sono le 10.48 quando Gerardo detto Gerry, accompagnato da Giovanni-il-solerte-impiegato, mi si avvicinano. Gerardo detto Gerry mi invita a seguirlo. Si siede alla sua postazione, mi chiede di mostrargli sia la cartella sia l’istanza di sgravio. Inizia a scrivere, utilizzando con impegno ma con modesti risultati i due indici e, raramente, il medio e il pollice della mano destra.

Digita i “Dati del contribuente”, il periodo d’imposta e l’oggetto della pratica: “Ist. di sgravio cartella …”. Dopo qualche secondo la stampante produce una ricevuta che attesta che il contribuente “ha consegnato a questo ufficio il giorno 09/06/2010 alle ore 10:43:25 oggetto ist. sgravio cartella … anno imposta 2006 corredato dal documento con protocollo 2010/043…”.

Gerardo detto Gerry: “Allora adesso siamo a posto: adesso qualcuno guarderà la sua richiesta e poi… oggi che giorno è? Mercoledì? Allora poi venerdì, anzi forse è meglio lunedì, può ripassare così le comunichiamo l’esito. Va bene?”.

Faccio mente locale: ho impiegato un’ora per consegnare un foglio e ottenerne soltanto l’attestazione di deposito, e lunedì dovrò ritornare perché qualcuno mi dica qualcosa. E quel foglio non poteva essere ricevuto dall’impiegata amica di Isabella perché “è roba” di altri. “Sì, va bene. Buona giornata”, replico.

Esco dall’ufficio e rileggo il Book 2009 dell’Agenzia:

Il suo obiettivo è di perseguire il massimo livello di adempimento degli obblighi fiscali e lo fa attraverso la semplificazione dei rapporti con i contribuenti, l’offerta di informazioni e assistenza, nonché i controlli diretti a contrastare gli inadempimenti e l’evasione fiscale, nel rispetto dei principi di legalità, imparzialità, trasparenza e secondo criteri di efficienza, economicità ed efficacia.

Mi metto a sorridere e torno a lavorare.

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