Sul caso Battisti, passo falso di Nessuno tocchi Caino

Tra i pochissimi commenti di appoggio al Brasile per la decisione presa nell’affaire Battisti, mi ha lasciato grande amaro in bocca quello di Sergio D’Elia, segretario dell’associazione di area radicale Nessuno tocchi Caino.

Al Riformista, D’Elia ha dichiarato che, stante la gravissima situazione delle carceri italiane, “un delinquente abituale come lo Stato italiano non ha i titoli per insegnare niente a nessuno”. “Finire in galera in Italia è come essere condannati a morte”, ha detto ancora D’Elia. Che ha proseguito: “Per questo io dico che è meglio Battisti libero in Brasile che Battisti in una prigione italiana”.

Analoghe dichiarazioni erano già state rese da D’Elia a Radio Radicale il 2 gennaio scorso, durante un’intervista di Roberto Spagnoli.

La vicenda di Battisti è chiara. Non stiamo parlando di una vittima della malagiustizia ma di un criminale, su cui gravano quattro ergastoli. E credo che mescolare (pur giuste) considerazioni sulle carceri che straripano, sulla condizione della popolazione detenuta in Italia e Cesare Battisti sia intellettualmente disonesto, irrispettoso delle vittime, cui si devono attenzioni non certo inferiori a quelle dei detenuti. Le parole di D’Elia suonano anche di demagogia poiché non può non sapere quali sono le condizioni delle carceri brasiliane, dove sovraffollamento, epidemie, durezza delle azioni di repressione compiute dal personale penitenziario, suicidi sono, tristemente, all’ordine del giorno.

Sulla estradizione di Battisti non solo un’altra magistratura nazionale, quella francese, si era espressa a suo tempo a favore. Persino la Corte europea dei Diritti dell’uomo aveva rigettato il ricorso presentato dall’ex terrorista in quanto manifestamente infondato.

Ma la conclusione che si trae dalle parole di D’Elia – conclusione che in nessun caso potrei accettare – è che poiché “l’Italia non è uno stato di diritto”, è meglio che gli omicidi, gli stupratori, i ladri, i sequestratori vadano a spasso piuttosto che in galera. Non ci dica, D’Elia, che, in relazione alla gestione della popolazione detenuta, il Brasile ha qualcosa da insegnarci, non ci dica che è uno Stato di diritto più forte del nostro.

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1 Commento

  1. Manuele

    A me questa storia di Battisti sembra un delirio collettivo. In Brasile per costituzione rifiutano l’ergastolo come condanna, al pari di noi che rifiutiamo la pena di morte. Giuridicamente nessun brasiliano può permetterne l’estradizione come in Italia nessuno può estradare un qualsiasi delinquente condannato a morte in Cina. Insomma, Battisti se l’è giocata bene e non ho mai visto nei confronti di Giappone, Svizzera e Francia e altri ‘custodi’ di terroristi italiani la stessa violenza politica messa in gioco contro il Brasile. Mi sembra la classica arma di distrazione di massa. Ma io penso male.

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