Perché con i cosiddetti “tagli” alla spesa pubblica veniamo tutti presi in giro

Terribilmente interessante la lettura del VI Rapporto sull’Economia italiana, presentato giovedì scorso dal centro studi “Economia reale”, fondato nel 2005 da Mario Baldassarri.

Perché con i cosiddetti Un passaggio, soprattutto, merita attenzione. Da decenni, in Italia non facciamo altro che confrontarci con manovre finanziarie che prevedono tagli alla spesa pubblica, con conseguenti stracciamenti di vesti da parte delle categorie che ritengono di essere vittima di queste operazioni di bilancio. Eppure, nonostante le grida alle “macellerie sociali” che oramai, come un disco, si ripetono di anno in anno, la spesa pubblica è passata dai 773 miliardi del 1990 agli 800 miliardi del 2010, superando così il 50% del PIL. Se a questo si aggiunge che la pressione fiscale è aumentata di 6 punti di PIL e il totale delle entrate pubbliche è aumentato di oltre 5 punti di PIL, non ci si può domandare se questi “tagli lineari” funzionano oppure no? Se sono tagli reali o solo un modo per prenderci in giro.

Lasciando perdere ogni tecnicismo, il “trucco” sfruttato dai cosiddetti “tagli lineari” è tanto semplice quanto devastante. I “tagli” che leggiamo ogni anno sui giornali sono riferiti ai valori di spesa tendenziale per gli anni futuri. Tanto per capirci: se quest’anno abbiamo speso 10 euro e si stima che l’anno prossimo dovremo spenderne 13, si propone un taglio di 2, e tutti diventano furibondi. Ma quel taglio di 2 si applica alla spesa tendenziale per l’anno prossimo, portando così l’uscita dai 13 previsti a 11, comunque più alta rispetto alla spesa di quest’anno. Così, in sostanza, si annunciano tagli che poi, in concreto, non comportano una riduzione della spesa pubblica.

In altre parole, la spesa pubblica si taglia solo in apparenza. E le entrate devono crescere per coprire la maggiore spesa e per tagliare il deficit pubblico. Così diventa inevitabile che l’effetto sull’economia è quello di frenare la crescita e ridurre l’occupazione.

Il totale della spesa pubblica è pari a 800 miliardi di euro. Nel 2010, per la prima volta dopo trent’anni, il totale della spesa pubblica è un po’ minore rispetto al 2009. Potrebbe sembrare, questo, un risultato positivo. Ma non si può gridare di gioia, perché il risultato ottenuto a consuntivo è frutto di un aumento della spesa corrente e di drastici tagli agli investimenti. Un rilievo che deve spegnere ogni sorriso.

Sempre semplificando, poi, c’è da riflettere su come quegli 800 miliardi sono spesi:

  • una fetta è costituita dai salari e dagli stipendi: questa voce di spesa è stata bloccata da qui al 2014, almeno in valore assoluto
  • un’altra fetta è data dalle pensioni: questa voce di spesa, per ovvie ragioni anagrafiche, è destinata ad aumentare, da qui al 2014, per 34 miliardi di euro
  • un’altra fetta è costituita, poi, dagli interessi sul debito pubblico: qui c’è poco da fare. Il debito è quello che è, e i tassi di interesse sono stabiliti dal mercato. In ogni caso, il Governo ha previsto un maggior onere per 27 miliardi di euro
  • un’altra fetta, poi, che pesa per 137 miliardi di euro, è attribuita all’acquisto di beni e servizi
  • l’ultima fetta, infine, è generata dai contributi a fondo perduto.

Sulle ultime due porzioni interessanti sono i rilievi del centro studi “Economia reale”.

Gli acquisti di beni intermedi sono imputabili soprattutto alle Regioni, quindi per larga parte alla Sanità. Parliamo degli acquisti di siringhe, di biancheria, di consulenze. Quindi delle due l’una: o in Italia si è scatenata, negli ultimi cinque anni, una epidemia di cui non abbiamo notizia oppure il livello medio delle nostre cure sanitarie ha subito un terribile picco verso l’alto. Chiaramente non è successo niente di tutto questo. I numeri dicono semplicemente che nelle Regioni si è scialacquato. E si continua a scialacquare.

Sui fondi perduti concessi alle imprese, poi, occorre notare che questa spesa, negli ultimi 25 anni, è pari a metà del debito pubblico italiano. Una cifra da Paperon de’ Paperoni. Con tutti quei soldi, dovremmo avere un Paese in piena crescita, un sud (cui sono destinati l’85% dei fondi) capace di raggiungere e persino superare la media europea.

Come venire fuori da questo “inganno”?

Il centro studi propone due soluzioni.

La prima è che allo Stato centrale e alle Autonomie locali, per l’acquisto di beni/servizi, si applichi come dato di riferimento storico il 2009, parametrando ad esso i tagli. Così avremmo tagli veri, non mere operazioni di facciata che continuano ad avere effetti perversi sul bilancio nazionale.

La seconda è che si cambi la natura degli aiuti alle imprese, passando dai contributi a fondo perduto al credito d’imposta.

Ma questo comporterebbe applicare alla Finanza pubblica vere scelte di politica economica. Non tutti i Governi sono a questa altezza.

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